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Intervista a Proactiva Open Arms – Parte 1

La prima parte dell’intervista radio a Proactiva Open Arms

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Oggi abbiamo un ospite d’eccezione: Riccardo Gatti, Head of Mission in Italia di Proactiva Open Arms. Con Riccardo affronteremo un tema delicato, difficile, di estrema attualità, quello delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo.

Andrea Moroni: Buongiorno Riccardo e benvenuto a “Belli come Il Sole”. Puoi raccontarci di cosa si occupa la tua organizzazione e in cosa siete impegnati in questo momento?
Riccardo Gatti: Sì, Proactiva Open Arms è un’organizzazione non governativa spagnola. Noi ci occupiamo di salvataggi in mare di persone migranti. Abbiamo iniziato a Lesbos in Grecia e poi ci siamo trasferiti nel Mediterraneo centrale.

AM: Da quanto tempo è che vi occupate di questo campo specifico dell’aiuto umanitario?
RG: Abbiamo iniziato con azioni volontarie nostre, del nostro direttore e coordinatore a settembre del 2015. L’ONG, ricevendo poi moltissimo appoggio dalla società civile, si è creata poi a fine settembre 2015 fino ad adesso.

AM: Voi avete un’imbarcazione che opera in questo momento nel Mediterraneo, o sono di più?
RG: Di proprietà ne abbiamo una e un’altra è invece prestata. Noi abbiamo iniziato con un veliero, che ci è stato prestato da un imprenditore italiano che era in Spagna. Uno yacht fondamentalmente che non usava. E poi invece, di proprietà, ceduta dal governo spagnolo, abbiamo un rimorchiatore che è quello che maggiormente usiamo e che è stato ultimamente dissequestrato, dopo il sequestro da parte della Procura di Catania.

AM: Adesso arriviamo anche a quest’ultima vicenda. Prima ti chiedo di riassumere – so che è una materia complicata, ma sono sicuro che tu essendo del mestiere saprai farlo – quali sono le condizioni di diritto in base a cui delle navi private operano nel Mediterraneo per salvare queste persone.
RG: Partiamo dal fatto che le navi private, perciò appartenenti anche a organizzazioni non governative,  hanno messo in atto è un coordinamento, da parte della Guardia costiera italiana, che è l’autorità competente in materia di salvataggio nel Mediterraneo centrale. È sempre stata l’autorità che metteva in atto il soccorso in mare. Nel 2014, iniziarono le prime ONG a mettersi a disposizione della Guardia costiera italiana, che da lì iniziò a coordinarle. Noi iniziammo nel 2016 e a livello legale siamo proprio delle squadre di soccorso. La nostra nave è una squadra e una nave formalmente di soccorso per le caratteristiche della stessa nave.  A livello di normativa legale, ogni nave è obbligata a mettere in atto soccorsi quando ci sono delle imbarcazioni in difficoltà. Quello è un obbligo proveniente dalle normative internazionali in materia di salvataggio in mare e di diritto marittimo.

AM: Questo mi sembra un punto molto importante: il vostro intervento e quello delle altre ONG si inquadra nel sistema di soccorso gestito dalla Guardia costiera italiana ed è perfettamente coerente e aderente al diritto internazionale.
RG: Sìsì, tra l’altro c’è l’obbligo proprio formale di dover operare nel merito del salvataggio e dell’andare a soccorrere. Se non si facesse si incorrerebbe nell’omissione di soccorso penalmente punibile.

AM: L’altra questione che è critica e che ci porta ai fatti degli ultimi giorni è: una volta che queste persone sono state salvate, a quale porto devono essere accompagnate?
RG: Sì, devono essere accompagnato a un porto che si chiama “Place of safety”, un posto sicuro, un porto di mare. Le operazioni di soccorso hanno un inizio e una fine. Iniziano quando si riceve la chiamata di soccorso da parte dell’imbarcazione o da chi può aver visto un’imbarcazione da soccorrere. E finiscono una volta che le persone vengono lasciate nel porto più vicino e più sicuro. Evidentemente e purtroppo per l’Italia spesso è proprio l’Italia, non perché è il porto più vicino alla zona libica, ma perché è il porto più sicuro. Le operazioni di soccorso dettano, sulla base delle normative di salvataggio in mare e internazionali, che le persone devono essere lasciate in un posto dove la loro vita non corra pericolo. È qualcosa di logico, ma evidentemente redatto anche nelle normative.

AM: È uno di quei casi in cui il diritto, per quanto complesso, corrisponde al buonsenso. Io non posso salvarti per poi depositarti in un porto dove puoi essere arrestato, torturato e tutta un’altra serie di cose che non ti fanno essere sicuro.
RG: Esatto, tra l’altro se si facesse, incorreremmo  anche nella violazione di altre normative, che sono fuori dal diritto marittimo, normative come la Convenzione di Ginevra o la Carta euriopea dei Diritti Umani, la Costituzione italiana. Se si lasciassero le persone in una zona dove la loro vita fosse in pericolo violeremmo diverse normative internazionali.

AM: Grazie Riccardo Gatti, Head of Mission in Italia di Proactiva Open Arms. Si conclude qui la prima parte di questa intervista in cui abbiamo cercato di far chiarezza sugli aspetti legali e proceduali delle operazioni di soccorso nel Mediterraneo. Avremo con noi di nuovo Riccardo nella prossima puntata del 7 maggio alle 9:00, sempre sulla radio Ciao Como, in cui commenteremo gli ultimi fatti di cronaca in cui abbiamo visto il sequestro e poi fortunatamente il dissequestro della imbarcazione principale di Proactiva Open Arms.